domenica 26 febbraio 2017

Marazzoli's Karma e due: alè


A grande richiesta e visto il grande successo di pubblico e di visualizzazioni, ripropongo il Marazzoli's Karma in una nuova veste più accattivante e spero gradita. 
Ovviamente il mio Karma è ispirato alla lettura dei libri gialli.

Gialli all'americana
c'è il Cinese in fila indiana
Per tutti Cantagallo, il giallo.
(Alè!)
La folla grida in libreria
Il libraio nella via
L'autore nudo balla
   Marazzoli's Karma
 
Buona domenica e buon Karma a tutti voi. 



sabato 25 febbraio 2017

Marazzoli's Karma: l'autore nudo balla


Non facciamoci troppe domande e diamoci delle risposte. 
Bisogna stemperare le vicissitudini della vita con un proprio Karma. 
Il mio è questo. 

 AAA Cercasi (cerca sì)
Gialli dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque sia son fatti tuoi
e leggi quel che vuoi.

Gialli all'americana
c'è il Cinese in fila indiana
Per tutti Cantagallo, il giallo.
(Alè!)
La folla grida in libreria
Il libraio nella via
L'autore nudo balla 

Marazzoli's Karma
 


Libri gialli e non solo: qualche idea per quadri d'autore


Un mio amico lettore ha avuto una bella idea per dare colore al suo salotto. 
Ha fatto stampare da un suo amico due poster con l'ingrandimento delle copertine dei miei due gialli e li ha messi attaccati al muro del suo particolarissimo studio. 
Ha scattato la foto e me l'ha spedita per farmi vedere come stanno bene sul muro sopra il divano nero in pelle. Direi che fa un bell'effetto colore e ravviva la stanza. 
A dire il vero, mi sembrano un po' esagerati come poster ma contento lui, contenti tutti.  
Sarà vero? Sarà falso? Sarà un trucco? Non lo so. Sarà quel che sarà. 
Non facciamoci troppe domande e diamoci delle risposte. 
Per il momento, se volete, speditemi altre vostre foto e le pubblicherò.



Un assaggio del giallo "Segreto fra le righe": una morte bianca


Secondo appuntamento per farvi leggere il secondo estratto dei primi due gialli della nuova serie del commissario Cantagallo che furono pubblicati nel 2014 da Cristian Cavinato della Cavinato Editore International di Brescia. 

Il secondo giallo di questo fine settimana è "Segreto fra le righe", un giallo corto di mare dove le indagini si svolgono a Castiglioni Marina, dove il commissario trascorre le ferie e i fine settimana estivi, indagini permettendo. In questo giallo una strana morte sul lavoro fa insospettire il commissario Cantagallo. Il poliziotto non crede all'ipotesi fantasiosa del borioso e incapace medico del porto, il dottor Lanzara, che ha comunicato il suo verdetto inequivocabile sulle cause della morte di un uomo trovato morto agli scogli: "morte bianca sul lavoro". Cantagallo esamina il cadavere dell'uomo e scopre che c'è qualcosa che non quadra anche perché non si è mai visto lavorare di notte un muratore per imbiancare una staccionata che bianca non è. Per il commissario Cantagallo inizieranno le beghe estive di un'indagine straordinaria, nel senso che dovrà fare lo straordinario per risolverla nel più breve tempo possibile. Non è solo a indagare perché ad aiutarlo c'è pure il suo secondo del commissariato: l'ispettore Bandini, detto Bandino. I poliziotti dovranno analizzare bene tutti i fatti e leggere per il verso giusto tutti gli indizi tranne uno che dovrà essere letto in un modo particolare. alla fine tutto sarà chiaro e un fatto nuovo spalancherà la dura verità al commissario Cantagallo che dovrà accettarla per smascherare il colpevole.

Il commissario Cantagallo e la moglie fanno la solita passeggiata lunga sul bagnasciuga della spiagga del Rivabella. Non sanno però che su di loro incomberà da lì a poco una burrasca che avrà la forma del maresciallo Guerra e che coinvolgerà il commisssario in un'indagine dai contorni oscuri e complessi.

Giallo con passeggiata lunga, estratto lungo e spero che vi piaccia.
Buona lettura a tutti voi. 

P.S. Non mi nascondo dietro a un dito: "Comprate, comprate, comprate i gialli del commissario Cantagallo, in ebook e cartaceo, e mi raccomando passate parola!". 






Venerdì...





(...)


I coniugi Cantagallo s’incamminarono verso il bagnasciuga per fare la loro consueta passeggiata.
    «Ciao» rispose Luigi in modo strascicato, mentre infilava di soppiatto una mano nel suo zainetto per cercare un oggetto ben preciso.
    Iolanda si rivoltò all’indietro: sapeva già cosa stava cercando il figlio.
    «E non stare a giocare per tutto il tempo col Game Boy!»
    «Va bene. Ho capito» borbottò Luigi mentre toglieva la mano dallo zainetto. «Anche oggi sarà una mattina schifosa!»
    Iolanda e Angelo incominciarono a parlare del più e del meno, della scuola di Luigi, della loro prossima vacanza in primavera e altre cose ancora. Mentre parlavano, il commissario si accorse, in lontananza, di un gruppo di persone che camminavano a passo veloce lungo la riva. Alcuni avevano il costume da spiaggia, altri no: indossavano dei pantaloni scuri, forse neri. Cantagallo non volle porsi troppe domande: era all’inizio delle sue ferie di luglio e niente avrebbe potuto turbare la sua vacanza con la famiglia.
    Forse.
    Intanto il gruppo di persone in lontananza si delineava meglio. Cantagallo ora riusciva a distinguere, fra le persone vestite con i pantaloni scuri, la figura di un uomo basso, grasso, che aveva una camicia azzurra e un cappello nero in testa. Quella figura gli ricordava un personaggio locale a lui purtroppo noto. Allontanò dalla sua mente quel brutto pensiero.
    Sarà lui, pensava Cantagallo, ma non vorrà certo me! Sarà alle prese con un venditore ambulante abusivo o un extra comunitario senza il permesso di soggiorno! Certo! Non può essere che così! Mi sto preoccupando per nulla. 
    Cantagallo si era convinto che il “pericolo” non stava incombendo su di lui, ma la sua ipotesi vacillava miseramente. Si voleva illudere che quella bassa figura scura non era alla sua ricerca: lo squillo personalizzato del suo telefonino lo riportò alla dura realtà.

“♫ Si  me vulisse bene ‘o veramente,
nun me facisse 'ncujetá da 'a gente...
Nun me tirasse 'e pile  dint'  'e recchie,
nun me mettisse 'o dito dint' all'uocchie… ♫”

    La musichetta napoletana era un pessimo segnale per Cantagallo.

“♫ Nun me mettisse 'a neve dint' 'a sacca,
nun me squagliasse 'ncapa 'a ceralacca… ♫”

    Cantagallo aveva personalizzato la suoneria del suo telefonino per ogni persona conosciuta che lo chiamava, dal tipo di squillo capiva chi lo stava chiamando. La suoneria napoletana di Ciccio Formaggio lo avvertiva che la telefonata era del comandante della Stazione dei Carabinieri di Castiglioni Marina.
    Tutto quadrava, ripensava il commissario. Il vento era calato all’improvviso e quell’aria strana come di una tempesta in arrivo. 
    Il maresciallo Remo Guerra era la burrasca "carabiniera" di quella giornata.
    Cantagallo pigiò il pulsante verde del telefonino e accettò la telefonata: non poteva fare altrimenti, non poteva negare la sua presenza sulla spiaggia. Fra poco sarebbe stato in contatto visivo con il carabiniere.
    «Maresciallo Guerra, buongiorno» disse Cantagallo in modo asciutto.
    Dall’altra parte del telefonino ci fu una pausa impercettibile, era sempre così con le telefonate del maresciallo. Poi, piano piano e affannata dalla camminata veloce, si cominciò a sentire la voce timorosa del carabiniere.
    «Buongiorno, commissario. Sono il maresciallo Guerra della locale Stazione dei Carabinieri di Castiglioni Marina. La disturbo?»
    «Dica pure» rispose Cantagallo. Si fermò, sollevò gli occhi al cielo e fece una smorfia con la bocca. «Anzi, visto che tra poco mi raggiunge, metto giù e l’aspetto qui. Va bene?»
    «Va bene, arrivo subito. Sa, andiamo di corsa e dobbiamo fare in fretta…»
    «Un po’ di movimento le farà bene, maresciallo. E poi di cosa si preoccupa? Le ho detto che sono qui ad aspettarla. Non scappo mica!»
    «Il fatto è, commissario, che bisogna pulire anche gli scogli di San Bartolomeo che si sono sporcati di bianco.»
    «Ma che dice?! Pulire gli scogli?! Ma cosa è successo di preciso?»
    «Le dico tutto fra poco. Tutto questo parlare e camminare veloce sulla sabbia mi ha fatto venire il male di pancia. Fra pochi minuti la raggiungo e le spiego tutto. Arrivederci» e detto questo, interruppe la comunicazione.
    La moglie di Cantagallo aveva capito che le loro ferie sarebbero state rovinate da quel guastafeste di carabiniere grasso e antipatico.
    «Angelo, era il maresciallo Guerra?»
    «Purtroppo sì, Iolanda. Mi ha parlato degli scogli che devono essere puliti perché sono sporchi di bianco, ma non ho capito nulla.»
    «Gli scogli sporchi di bianco? Boh! Ma, allora, non si tratta di un morto?»
    «Non lo so. Speriamo di no! Ma col maresciallo Guerra non c’è da meravigliarsi di nulla. Speriamo bene.»
    «Speriamo» sospirò Iolanda e poi continuò. «Le cose andranno per le lunghe, Angelo. Io ritorno indietro da Luigi. Ci vediamo dopo. Se pensi di fare tardi, avvertimi col telefonino. Ciao. A dopo.»
    «A dopo.»
    Nel giro di cinque minuti il gruppo di persone, con il maresciallo Guerra in testa, era già arrivato dove era Cantagallo.
    Il maresciallo grondava sudore da tutte le parti. La sua camicia azzurra d’ordinanza si ornava di ampie gore bagnate che circondavano le ascelle, il collo e la pancia nel punto in cui il cinturone passava sopra la camicia. Guerra ansimava per lo sforzo della camminata a ritmo veloce e per il caldo patito dentro l’uniforme. Si tolse il cappello e se lo infilò sotto il braccio destro: la fiamma della “Benemerita” avrebbe passato un brutto quarto d’ora fra gli afrori ascellari del carabiniere. Poi si era bagnato e insabbiato pure le scarpe e la parte bassa dei pantaloni, per quel camminare veloce vicino al bagnasciuga.
    «Buongiorno di nuovo, commissario. Mi scusi, ma sono stravolto. Se permette mi metto a sedere un attimo e poi le racconto tutto.»
    «Buongiorno a lei, maresciallo. Faccia pure, non mi formalizzo. Si riposi, così dopo mi spiega tutto per filo e per segno.»
    Il maresciallo Guerra crollò seduto sulla sabbia: era esausto. Riprese il cappello da sotto l’ascella e incominciò ad agitarselo intorno al viso come se dovesse riprendere i sensi. Poi smise. Abbandonò le braccia sulla sabbia e chiuse gli occhi.
Sembrava un balenottero che aveva perso l’orientamento e che si era spiaggiato sulla riva di Castiglioni Marina. Se non fosse stato riconoscibile per la divisa nera d’ordinanza a strisce rosse dei carabinieri sarebbe stato scambiato per un cetaceo in difficoltà dai volontari della Lega Ambiente che l’avrebbero subito imbracato per riportarlo in mare aperto. Al largo della costa di Castiglioni avrebbe ritrovato la giusta corrente per continuare il suo viaggio e gustosi branchi di alici di cui tutti i balenotteri sono ghiotti.
    Passati pochi minuti il maresciallo Guerra si rialzò a fatica, si spolverò le maniche e i calzoni dalla sabbia, e si rimise il cappello in testa per darsi un tono più ufficiale.
    Cantagallo era spazientito e voleva sapere cosa fosse successo.
    «Maresciallo, ma è una cosa urgente?»
    «Urgente urgente, no. Quando mai, commissario!»
    Guerra rispondeva sempre così. Cantagallo lo conosceva benissimo e purtroppo sapeva che c’erano guai in vista.
    «Si può rimandare?»
    «Rimandare rimandare, nemmeno. C’è scappato il morto! Però…»
    «Però? Però che cosa, maresciallo?!»
    «Il morto è morto e non c’è più niente da fare. Però gli scogli vanno ripuliti…»
    Il commissario non riusciva a capire quello che fosse accaduto.
    Con il maresciallo Guerra succedeva sempre così. Guerra, quando in paese ci scappava il morto, “per non sapere né leggere né scrivere”, immediatamente telefonava al commissario per avere una consulenza investigativa. Cantagallo non gli negava mai un aiuto e accettava di buon grado di dargli una mano, anche se doveva rinunciare a un po’ del suo tempo libero. Guerra lo coinvolgeva raramente, solo nei casi in cui “ci scappava il morto”, come diceva il maresciallo. Le sue consulenze investigative gli facevano fare gli straordinari, pure al mare, ma non era solo. In queste inchieste era affiancato dall’ispettore Marcello Bandini, soprannominato “Bandino” da Cantagallo, che era suo collega nel commissariato di Collitondi. Anche Bandino e la sua famiglia passavano le ferie a Castiglioni, dove possedevano un appartamento nello stesso complesso residenziale dei Cantagallo.
    «Si spieghi meglio, maresciallo. Mi dica cosa è successo e perché gli scogli devono essere puliti.»
    «Il fatto è questo, commissario. Stamattina ci hanno chiamato e la voce di un uomo, senza nessun accento dialettale, ci ha avvertito che era accaduto un incidente mortale. Un uomo aveva perso l’equilibrio, aveva rotto una staccionata di legno ed era caduto fra gli scogli della Punta San Bartolomeo. Poi ha buttato subito giù senza dire altro. La telefonata non era da un cellulare, ma era stata fatta da una cabina telefonica del paese. Abbiamo avvertito subito il 118 e ci siamo recati sul posto. Abbiamo visto il corpo di un uomo a pancia in su fra gli scogli e poco più in alto la staccionata rotta. L’uomo deve aver perso l’equilibrio ed è caduto sugli scogli: deve essere morto sul colpo. Indossava abiti da lavoro, un paio di pantaloncini corti e una maglietta a mezze maniche. La testa dell’uomo era buttata all’indietro ed era piena di sangue. Abbiamo controllato i documenti che aveva addosso e abbiamo visto che si trattava di Corsi Daniele di Castiglioni Marina. Il Corsi faceva il muratore, era sposato con Palmieri Mirella e aveva due figli, Sara e Andrea. Un brav'uomo a sentire certe persone del paese che erano lì sul posto e che conoscevano il muratore. Io ho chiamato subito il dottor Lanzara, in attesa del medico legale che tanto non arriverà subito. Il corpo dell’uomo non è stato ancora spostato.»
    Era sempre la solita storia, pensava Cantagallo. Niente medico legale e il dottor Lanzara che spadroneggiava sul luogo del crimine nella sua più totale incapacità di eseguire un esame autoptico corretto del cadavere. 
Intanto il maresciallo continuava.
    «Dalla Centrale di Rosereto non hanno ancora dato il benestare per l’arrivo del medico legale. Forse, se abbiamo fortuna, arriverà lunedì. Il dottor Lanzara mi ha riferito che l’uomo è morto per una profonda ferita alla testa. L’ora della morte è fra le nove e le dieci di ieri sera. L’uomo deve aver perso l’equilibrio e nella caduta ha sbattuto violentemente la testa sugli scogli morendo sul colpo. Il dottor Lanzara ha riferito così, testuali parole: “Trattasi in modo inequivocabile di morte accidentale per ferita lacero contusa alla testa”. Il corpo dell’uomo è sempre sugli scogli. Ora, però, c'è da togliere il bianco dagli scogli…»
    Cantagallo, quando entrava in ballo il dottor Lanzara, rimaneva sempre perplesso. Il commissario aveva constatato, in precedenti occasioni, che le consulenze medico legali del dottore non erano mai azzeccate. Il dottor Rodolfo Lanzara faceva il medico generico del Pronto Soccorso presso il porto di Castiglioni Marina. Era nativo di un piccolo paese calabrese, non era di Castiglioni. Voleva dimostrare a tutti che poteva fare anche il “medico legale”, anche se non era assolutamente competente. Non eseguiva un’adeguata ispezione del cadavere e tirava sempre delle conclusioni affrettate per liberarsi dell’impiccio, senza minimamente interessarsi alla vera causa della morte. Lui e Cantagallo non si potevano vedere. Il Lanzara aveva sempre un atteggiamento di superiorità nei confronti del commissario ed era pure uno strafottente. Inoltre aveva delle irremovibili convinzioni sulle cause di morte che avvenivano a Castiglioni durante i mesi estivi. Il medico era convinto che quando i turisti morivano, morivano sempre per cause accidentali e per uno stile di vita marino tragicamente sbagliato.
    Era sempre la solita storia, pensava di nuovo Cantagallo. Lanzara diceva che si trattava di morte accidentale, eccetera, eccetera, eccetera.  "


 
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Un assaggio del giallo "Un vecchio tappeto persiano": un furto strano


In questo fine settimana voglio farvi leggere un estratto dei primi due gialli della nuova serie del commissario Cantagallo che furono pubblicati nel 2014 da Cristian Cavinato della Cavinato Editore International di Brescia. All'editore piacquero subito e spero che piacciano anche a voi. 

Il primo giallo di questo fine settimana è "Un vecchio tappeto persiano", un giallo lungo di paese dove le indagini si svolgono a Collitondi. In questo giallo avvengono degli strani furti che si intrecciano con dei misteriosi delitti dai contorni oscuri. Tutto sembra normale, furti e delitti di normale amministrazione. Tutto sembra filare liscio ma c'è qualcosa che non quadra per il commissario Cantagallo. Il poliziotto dopo avere analizzato attentamente tutti i fatti accaduti ho scoperto un fatto fondamentale che determinerà la svolta nelle indagini e aprirà la pista investigativa verso l'insospettabile colpevole.

All'inizio farete la conoscenza di due ladri di polli che sono i primi ingranaggi di un delicato e complicato meccanismo che l'assassino ha costruito per porre fine a tutti i suoi problemi. Inconsapevolmente sono stati inseriti in un congegno programmato per uccidere e da questo saranno a loro volta uccisi per mano di un brutale assassino che, pur di raggiungere il suo obiettivo di morte, non esiterà ad eliminare quegli scomodi testimoni. Tutto inizia con un semplice furto in una villa alla periferia del paese che sarà inzialmente sottovalutato anche dallo stesso commissario Cantagallo, poi accadranno altri delitti che dovranno essere accuratamente soppesati dal poliziotto toscano.  

Giallo lungo, estratto lungo e spero che vi piaccia.
Buona lettura a tutti voi. 

P.S. Non mi nascondo dietro a un dito: "Comprate, comprate, comprate i gialli del commissario Cantagallo, in ebook e cartaceo, e mi raccomando passate parola!".




"Capitolo uno







    "La notte porta consiglio" diceva un proverbio, ma chi l’aveva detto? A Cantagallo non capitava mai. Gli bastava sfiorare la federa del cuscino per piombare nel sonno più profondo. Non aveva mai sognato consigli o suggerimenti. E soprattutto non lo aveva mai desiderato prima di addormentarsi. Si perse dietro a questo pensiero mentre dalla sua terrazza osservava l’orizzonte, dove l’astro notturno stentava a farsi vedere, chissà poi perché. Se valeva il detto: “Gobba a ponente, luna crescente”, quella notte poteva valere anche quello che si era inventato testé: “Plenilunio a levante, luna riluttante”.
    La luna piena indugiava fra le mura del Cassero, sopra la pendice orientale del Colle Tondo. Come una grande diva, si faceva attendere. Non voleva farsi vedere perché la sera prima, alla tv, uno scienziato saputello aveva detto che sarebbe apparsa più grassa o più grossa, non ricordava bene. Il saputello aveva aggiunto che quel particolare effetto era dovuto a un cambiamento astrale, eccetera eccetera eccetera. Saputello di uno scienziato, tutto chiacchiere e occhiali! Un pettegolezzo bello e buono, altroché! Ma che cambiamento e cambiamento, era solo un po' più in forma, ecco tutto. Se non era tirata in ballo per vampiri o lupi mannari, c'era sempre uno scienziato di turno che metteva in giro una maldicenza. E da chi era stato imbeccato? Ma certo, da quelle sue cugine alla lontana parecchio: le stelline dei segni zodiacali. Invidiose, imbrillantinate e impertinenti che da sempre influenzavano i miseri mortali. Mentre ci rimuginava, a un tratto, lungo le mura furono accese delle fiaccole, le cui fiamme avrebbero reso ancor più suggestivo il chiaro di luna. Quello era il momento giusto. Ruppe gli indugi e si mostrò in tutto il suo splendore. Nel sollevarsi notò, nella parte centrale del colle, un’ampia zona illuminata che brulicava di persone. Non capiva tutto quel gran fermento, proprio la sera di quel ventuno di giugno. Rimase lì, un po’ perplessa. Pensava e ripensava, ma quella data non le faceva venire in mente proprio niente. Si rassegnò, senza preoccuparsene troppo. D’altronde la sua natura lunatica non la obbligava di ricordare tutti gli avvenimenti del calendario e non le dette importanza. Ma non era l’unica a non essere interessata.
    Dalla parte opposta, sul Colle al Vento, due tipi loschi dal goffo aspetto da ladri di polli trafficavano all’interno di una villetta isolata.
    Uno, spilungone e ingobbito con l’aria a pesce lesso e dall’accento toscano, si muoveva a tentoni nel buio pesto di uno stretto corridoio. Chiamava a voce alta il compare agitando una torcia spenta. 
    «Ignazio! Ignazio! Ignaziooo! Dove sei?»
    L’altro, bassotto e tarchiato dallo sguardo scaltro e dall’accento siciliano, armeggiava al portoncino della casa. Tentava di calmare il compare senza fare confusione. Anche lui aveva in mano una torcia spenta e si tratteneva dal dargliela in testa.
    «Loris, scimunito! E dove devo essere? Sono qua, a chiudere la porta. Non fare casino e stai muto, che ti sentono da fuori. Fai quello che ti dico io, altrimenti, a schifìo finisce.»
    «Scusa, Ignazio. Allora faccio quello che dici te.»
    Lo spilungone si tranquillizzò, ma andò a sbattere contro un mobile.
    «Ahia che botta! Non si vede un tubo!»
    «Scimunito! Ora puoi accendere la torcia. Le finestre sono chiuse e nessuno ci può vedere da fuori. Capisti?»
    Il toscano dopo averci pensato un po’ si convinse e l’accese.
    «Ecco fatto. Ora sì che vedo bene!»
    «E stai muto!» trattenendo un'imprecazione e sollevando gli occhi al cielo.
    I due s’incamminarono verso il soggiorno della casa con il fascio oscillante delle torce che illuminava il loro passaggio. Poi arrivati, si fermarono. Il siciliano controllò un foglio che aveva in mano.
    «Loris, pigliasti i sacchi grandi?»
    Silenzio.
    Il bassotto era incavolato. Stava per perdere la pazienza. Teneva serrata l’impugnatura della torcia con il fascio di luce rivolto verso l’alto e puntava dritto la testa dello spilungone.
    Sembrava il potente Joda con la spada laser attivata pronto a sferrare il colpo contro il diabolico Dart Fener.
    «Loris, allora?! Ma che ti sei rimbambito?»
    Lo spilungone si era imbambolato. Osservava a bocca aperta il ricco arredamento della stanza. Non doveva avere mai visto una casa così. Poi si riprese e con un tono di superiorità, degno del Signore del Lato Oscuro, rispose al bassotto.
    «Ignazio, ma non mi hai detto che devo stare zitto?»
    «Loris, scimunito! Ti dissi di non fare casino. Non ti bastò che l’ultima volta ci arrestarono per colpa tua. Ricordasti?»
    «Sì, Ignazio. Ma stavolta in casa non c’è nessuno. Allora, starò zitto.»
    «Mih! Quanto sei duro!» e gli assestò una manata “stellare” sulla nuca.
    «Ahia, che botta! Mi fai vedere le stelle.»
    Ovviamente.
    «Se ti faccio una domanda, mi devi rispondere. Ora capisti?»
    «Ora ho capito» mentre si teneva la testa per la botta.
    «Bravo.»
    Lo jedi e il Signore Oscuro si erano finalmente intesi.
    «Loris, pigliasti i sacchi grandi?»
    «Sì, Ignazio.»
    Silenzio.
    «Me lo dai un sacco grande, sì o no?»
    «Ma non me l’hai mica chiesto! Prima hai detto: “Se ti faccio una domanda, mi devi rispondere”. Io ti ho risposto e ti ho detto sì. Cosa c’è che non va bene?! Hai capito?»
    «Ho capito! Ho capito! Dammi il sacco grande!»
    «Oh, vedi che hai capito! Ecco il sacco grande, capo!»
    «E non chiamarmi “capo”! Quante volte te lo devo dire! Poi, per abitudine, lo dici quando ci sono altre persone e…»
    «…a schifìo finisce!»
    «LORIIIS!»
    «Non parlare a voce alta che ti sentono da fuori, Ignazio.»
    «E non mi prendere per il culo, scimunito!» e gli assestò una gomitata nel fianco.
    «Ahia, che botta! Mi hai fatto male» piagnucolò l’altro piegandosi in due.
    Il bassotto era sfinito. Con lo spilungone era sempre la stessa storia e non poteva farci niente. Per certe vicende di parentela si era ritrovato come compare quel cugino toscano di terzo grado. Non era un pozzo di intelligenza ma dopo averci lottato un po’ faceva tutto quello che gli veniva detto di fare, ubbidiente come un cane al guinzaglio.
    Il siciliano si tratteneva da dargli un cazzotto in bocca. Non ce la faceva: era come fare del male a un bambino cretino, anzi scimunito.
    «Per te c’è un proverbio delle mie parti che dice: “Mistura, metticinni ‘na visazza, falla comu la vua, sempri è cucuzza!”.»
    «Che vuol dire?»
    «Ti spiego. Dalle mie parti, sta a significare che una zuppa di zucca anche se la mescoli, se ci metti altre verdure e la fai come ti pare, sempre di zucca ha il sapore. Allora, se uno è uno scimunito anche se gli dici di fare le cose per bene, glielo dici e glielo ridici un’altra volta sempre scimunito rimane. Capisti?»
    «Allora, Ignazio, è come quando noi toscani si dice: “Non si può cavare il sangue da una rapa”.»
    «Bravo, Loris. Capisti.»
    Il lavoro dei due proseguiva. Il siciliano leggeva la lista degli oggetti scritta su un foglio, osservava gli oggetti, li sceglieva e poi indicava al toscano di metterli dentro i sacchi. Alla fine Ignazio prese i tappeti che erano scritti sulla lista e li portò nel furgone. Avvertì il compare che, dopo aver preso gli oggetti della lista, sarebbero rientrati nella casa per prendere altre cose, ma per loro. Si raccomandò di prendere solo roba preziosa e non i soliti souvenir come faceva abitualmente.  Loris, infatti, non capiva assolutamente nulla del valore degli oggetti. Lo spilungone lo rassicurò annuendo col capo e dicendogli di non preoccuparsi perché stavolta avrebbe scelto un oggetto veramente prezioso. Il bassotto gli ricordò che dovevano sbrigarsi perché c’era da fare un altro lavoretto in paese. Il siciliano era nel soggiorno per scegliere degli oggetti d’argento. Il toscano era nello studio ad osservare tutto l’arredamento per capire cosa potesse portare via. Dopo un po’ lo spilungone era di ritorno, tutto soddisfatto e con un tappeto arrotolato sulle spalle. Era raggiante come se avesse trovato un tesoro.
    «Oh, Ignazio! Vu cumprà? Prezzo bono, costa poco!»
    «Loris, ma proprio scimunito sei? Che pigliasti?»
    «È un tappeto bellissimo. Varrà un sacco di soldi! Lo posso prendere?»
    «Prendilo. Caricalo sul furgone insieme all'altra roba e andiamo via alla svelta. I padroni potrebbero arrivare da un momento all’altro e se ci trovano…»
    «…a schifìo finisce!» concluse l’altro, sghignazzando.
    «Loriiis! Grandissimo cornuto!»
    Il siciliano, d’impeto, cercò di assestargli un calcio nel culo ma non ce la fece perché lo spilungone aveva capito la malaparata e si era di poco allontanato. La gamba robusta ma corta non riuscì ad arrivare al fondo schiena del compare. Il toscano schivò la pedata e, tappeto in spalla, prese la corsa verso l’uscita fra le imprecazioni dell’altro che lo inseguiva.

    Intanto altre attività fremevano nella casa della famiglia Cantagallo. Era San Luigi ed era il giorno del compleanno del figlio del commissario. Abitualmente si riunivano insieme alla famiglia della cognata del commissario, i Benincasa. Cenavano, tagliavano la torta e poi guardavano i fuochi d’artificio in onore del santo patrono. Era una delle poche occasioni per ritrovarsi insieme a Giovanni, Olga e al loro unico figlio, Sergio, coetaneo di Luigi.
    I fuochi d’artificio sul Colle Tondo iniziavano sempre in orario, alle dieci di sera spaccate. Mancava poco all’ora d’inizio.
    «Venite fuori. Fra poco dovrebbero iniziare!» disse il commissario, rivolto al resto della compagnia che era seduta nel soggiorno.
    «Arriviamo» risposero in coro gli altri, alzandosi.
    Nell’aria notturna, in lontananza, una luce bianca sfavillante squarciò l’oscurità del cielo sopra la Fortezza Medicea, arroccata in cima al colle dove riposavano i resti delle case medievali del paese.
    Seguì un sibilo assordante.
    «Ci siamo! Occhio al botto d’inizio» esclamò Luigi, tutto eccitato.
    Appena finì la frase un boato assordante riempì la vallata.
    «È il botto di San Luigi…» biascicò Sergio, per niente emozionato.
    Tutti i componenti delle due famiglie si misero appoggiati con i gomiti al davanzale della terrazza. Si preparavano ad assistere allo spettacolo pirotecnico collitondese dell’anno.
    I botti di San Luigi erano un evento per tutta la Val Marna.
    Il cielo buio, di volta in volta all’esplodere di ogni fuoco d’artificio, s’illuminava con il riflesso dei colori sprigionati dal botto. Alcuni erano splendidi, come quello chiamato “Cascata di Stelle” dove una pioggia di migliaia di lunghissimi raggi dorati ricadeva verso il basso, con un effetto rallentato che simulava una gigantesca cascata del colore dell’oro. Negli ultimi anni la “Cascata” era sempre presente e ogni volta suscitava stupore e meraviglia.
    «Babbo! Babbo!» riprese Luigi eccitato. «Fra poco arriva quello bello, lo sento!»
    «Arriva, arriva. C’è sempre tutti gli anni» fece Sergio annoiato.
    E puntuale la “Cascata” si manifestò in tutta la sua bellezza.
    «Ogni anno è sempre più bello!»
    «Per me, è sempre lo stesso.»
    I due cuginetti si guardavano storto.
    «Buoni, voi due» disse Olga che aveva già annusato aria di litigio fra i due cuginetti che, nonostante facessero le medie, trovavano sempre qualcosa per cui litigare come due bambini piccini. «Guardate i fuochi e non bisticciate.»
    I fuochi d’artificio si conclusero, come da tradizione,  alle dieci e mezzo. Tre botti assordanti seguiti da un silenzio assoluto fecero capire a tutti che lo spettacolo era finito.
    L’atmosfera magica com’era arrivata, se n’era andata.
    Rimasero a parlare un po’ in terrazza per godersi il fresco. Poi lo squillo del telefono di casa risvegliò i pensieri del padrone di casa.
    «Pronto, commissario Cantagallo.»
    «Sono Nicoletta. Mi dispiace disturbarla proprio durante il compleanno di suo figlio, ma hanno denunciato un furto.»
"


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domenica 19 febbraio 2017

Un sincero rigraziamento a chi mi legge anche dagli USA


Un altro fuori programma, in attesa della cena, almeno per noi italiani. Infatti devo ringraziare per l'ennesima volta i tanti lettori del continente americano che leggono le poche cose che scrivo in questa specie di diario di bordo per i naviganti internet che passano da qui. Per me è un grande onore ma è anche un grande onere attirare sempre la vostra attenzione cercando di trovare argomenti e notizie che possano interessarvi.
Spero di non venirvi a noia. 

Un sincero ringraziamento alla gentile persona, uomo o donna che sia, che tutte le volte mi legge con molta attenzione e puntualità. Un grazie di cuore per la sua compagnia durante questo lungo viaggio fra le righe di questo diario dei gialli del commissario Cantagallo. 

THANKS! 



Un delitto in tre mosse: la mossa di Simona


Fuori programma domenicale per promuovere in modo spudorato il giallo "La mossa del barbiere" premiato col secondo premio a Festival Giallo Garda 2016 sezione ebook.

Ringrazio la gentile Simona, padrona di casa, del bel salotto internet "ilsalottodeilibri.altervista.org" dove recensisce tanti libri con grande successo di pubblico e di appassionati del genere, dopo aver letto il giallo "LA MOSSA DEL BARBIERE" si è espressa così, elogiando il giallo del commissario Cantagallo. 
A buon rendere!



Buongiorno a tutti, carissimi!
Oggi – probabilmente – vi stupirò parlandovi di un libro che non rientra propriamente tra i generi letterari che prediligo. Nonostante ciò ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con l’autore, Fabio Marazzoli, una persona gentilissima e molto affabile e ho deciso di dare un’opportunità al suo giallo che vede come protagonista l’arguto commissario Cantagallo.
Il romanzo che ho letto si intitola ” La mossa del barbiere” ed è uno dei vari romanzi che compongono la serie delle indagini di Cantagallo&Co ( se siete curiosi di conoscere anche gli altri, su fabiomarazzoli.blogspot.it trovate tutti i titoli disponibili).
Che dirvi di questo breve romanzo? Innanzitutto ho apprezzato la scelta dell’autore di non appesantire il suo libro inserendo pagine in più che sarebbero risultate inutili. In poche pagine Fabio Marazzoli è riuscito a concentrare una storia ben pensata e ben riuscita, in grado di catturare decisamente l’attenzione del lettore. I personaggi sono molti, ovviamente quello che più risalta agli occhi è Cantagallo, un commissario che si dedica anima e corpo al proprio lavoro, un commissario che oltre a rappresentare una figura importante a livello del paesino di Collitondi è anche una persona estremamente umana, e cerca sempre di analizzare i casi che gli si presentano insieme alla sua squadra, perché come dice anche lui, un buon commissario è tale perché al suo fianco ha un team meritevole. Ed è effettivamente così: tutti sono utili e tutti contribuiscono a dare una svolta alle indagini. 

Ne  ” La mossa del barbiere” Cantagallo si ritroverà a dover risolvere un omicidio e un rapimento, e ad aiutarlo inizialmente c’è solo un misterioso filo bianco. Non mi soffermo a parlarvi della trama, perché il romanzo è piuttosto breve e non vorrei svelarvi dei dettagli fondamentali e rovinarvi il gusto della lettura. Vi parlo di quelle che sono state le mie opinioni in merito all’indagine che ho letto. Innanzitutto mi è piaciuto tantissimo il modo in cui Marazzoli ha delineato il suo commissario, mi piace l’atmosfera che ha creato all’interno del romanzo, un’atmosfera ricca di complicità e affetto. Oltre ad essere indubbiamente un giallo questo romanzo breve è anche altro, perché nel suo piccolo racconta le scene di vita quotidiana del commissario: dalla famiglia alla vicina di casa troppo prorompente, dal rapporto con i colleghi a quello con i compaesani. 

Leggendo ” La mossa del barbiere” ho provato una sensazione di totale connessione con la realtà e sono riuscita ad immaginare molto vividamente ogni singolo personaggio, come se fosse una persona reale e non il frutto di una fantasia dell’autore. Ho apprezzato tantissimo la sottile ironia che caratterizza tutto il romanzo, in particolare per quanto riguarda i confronti tra Cantagallo e il Questore, oppure con le simpatiche vecchiette Adua e Ada ( Da non confondere assolutamente XD)!
I motivi per cui ho apprezzato il giallo di Fabio Marazzoli sono molteplici, ho gradito molto l’introduzione di alcune ricette all’interno della storia, in particolare una mi ha fatto molto gola ( Strozzapreti allo speck e peperoni, gnam!) e mi è piaciuto anche l’inserimento di vari spunti alla letteratura – come ad esempio il mito greco di Arianna e Teseo, o il riferimento al V Canto dell’Inferno dantesco. 
 
Insomma, come avrete capito oltre all’indagine c’è molto di più. Ci sono tante piccole scene di vita quotidiana messe insieme, c’è complicità, rispetto, affetto e ironia, tutti elementi che mi hanno spinta ad apprezzare a pieno il lavoro di questo autore.

Sapete tutti che non sono un’amante dei gialli e dei polizieschi, ma sono contenta di avere scelto di dare un’opportunità alla storia di Marazzoli, perché ora – a lettura terminata – posso dirvi che ne è valsa la pena. Non entro in merito allo stratagemma scelto dall’autore per inscenare l’omicidio/rapimento ( non avendo letto molti altri gialli non ho assolutamente termini di paragone e quindi non mi sento di possedere le giuste competenze per poter affrontare il discorso), in ogni caso ai miei occhi è sembrato ben calcolato e coerente, e la svolta finale dell’indagine ha dato quel tocco in più al tutto che di sicuro va a favore dell’autore.
Per la recensione di oggi è tutto. Il mio voto è di 7.5/10, e consiglio la lettura del libro anche ai non amanti del genere! 

GRAZIE SIMONA!

La recensione completa la potete leggere qui sotto


I magnifici tre, anzi cinque


Oggi c'è un bel sole ed è una gran bella giornata, un po' come quel giorno a Raffa di Puegnago sul Garda quando tre autori di belle speranze furono premiati al Festival Giallo Garda 2016 per la categoria dei gialli in formato e-book.   

Perché il premio non è mai un punto di arrivo ma è un nuovo punto di partenza!

Ancora complimenti vivissimi alla vincitrice Katia e al collega di podio Franco. 

Un saluto al "bravo presentatore" Nicky Persico e all'anfitriona del Festival Laura Marsadri.

 Festival Giallo Garda - Opere vincitrici 2016 -  E-book 

1° classificato - Il Fioraio di Monteriggioni - Cristina Katia Panepinto 

2° classificato - La mossa del barbiere - Fabio Marazzoli 

3° classificato Di nuvole, brugole e altri misteri  - Franco Filiberto

Nella foto (da sinistra a destra) Franco Filiberto, Cristina Panepinto, Fabio Marazzoli nel riquadro in alto e sotto Nicky Persico con Laura Marsadri  

 

 

sabato 18 febbraio 2017

I gialli più venduti su IBS: a sorpresa il 1° è Tombolo


Prima di tutto la piccola verità giornaliera (che farà senz'altro piacere anche al commissario Cantagallo amante dei detti e proverbi locali) e poi la piccola sorpresa del giorno. 

Piccola verità del giorno 18 febbraio 2017 
dal calendario di Frate Indovino: 
"La buona cura scaccia la malaventura".

Propongo la piccola cosa che stamani mi ha sorpreso, con moto piacere. 
Questa notizia fuori programma mi ha sorpreso mentre ero, per così dire, in navigazione nelle librerie internet, dove sono venduti gli ebook e i libri dei gialli del commissario Cantagallo pubblicati da Cristian Cavinato della Cavinato Editore International. 
 Guardando su IBS i miei gialli pubblicati, ho visto che il giallo in versione e-book dell'investigatore privato Marino Tombolo 
"Zampa di gatto, coda di manta e corna di gazzella" 
è al 1° posto fra i miei gialli più venduti. 

Quella visualizzata sotto è la situazione dei più venduti a stamani su IBS. 

Qui sotto trovate anche i link su IBS dei miei gialli.




Un assaggio del giallo "Lo sguardo nel buio": il primo capitolo nella notte


Nell'ultimo fine settimana di febbraio vi propongo la lettura del primo capitolo estratto dal giallo "LO SGUARDO NEL BUIO", pubblicato in ebook e cartaceo da Cristian Cavinato della Cavinato Editore International di Brescia. 

A questo giallo sono molto legato perché, come dico nella nota alla fine del libro, la storia è dedicata a una persona particolare, un uomo di Poggibonsi diventato cieco per una vicenda di malasanità. L’uomo, con l’ausilio di una speciale macchina per non vedenti, aveva letto il mio primo romanzo giallo ("Dentro un vicolo cieco", Lalli Editore 2007) e mi aveva telefonato per dirmi che in quelle pagine “aveva rivisto il suo paese”. In quell’occasione mi aveva raccontato la vicenda legata alla sua nuova condizione di persona non vedente. Le parole di quell’uomo mi sono rimaste impresse nella mente e alcune di quelle frasi sono state inserite in questo giallo per fare una riflessione sull’argomento. 

Indubbiamente quella telefonata che ricevetti all'epoca del mio primo romanzo ha lasciato il segno, più di qualsiasi altro premio o riconoscimento, e mi ha dato lo stimolo giusto per continuare a scrivere la serie dei gialli del commissario Cantagallo. 

Quella che propongo oggi è la vicenda dove il commissario Cantagallo deve indagare sul delitto di un uomo cieco che è stato ucciso in circostanze oscure in una stradina buia vicina al centro del paese. La prima ipotesi è quella della rapina andata male ma piano piano si fa strada un'altra ipotesi ben più complessa e dai risvolti drammatici quanto insospettabili. Il poliziotto dovrà scavere bene dentro la vita dell'uomo ucciso per catturare il micidiale assassino che voleva truccare quel delitto con l'aiuto dell'oscurità della notte. 
E il commissario Cantagallo sapeva benissimo che l’oscurità era tutto un trucco della notte. 

Buona lettura.



 "Capitolo uno





    Era una serata di fine settembre.
    Il commissario Cantagallo, appoggiato alla ringhiera della sua grande terrazza, osservava il buio che si allungava verso il paese e si godeva il fresco della sera.
Alle sue spalle, nel soggiorno, Iolanda discorreva nella consueta telefonata settimanale con sua sorella e Luigi disegnava dei personaggi manga di sua invenzione con carta e penna.
    Così, come tutti i dopocena che Dio metteva in terra da qualche tempo a quella parte, i Cantagallo erano in attesa del film di prima serata.
    Nel frattempo, il commissario scrutava il buio e gli tornavano in mente certi suoi pensieri ricorrenti sul potere ingannatore della sera. A pensarci bene, cos'era l'oscurità? L’oscurità era tutto un trucco della notte per camuffare le magagne della realtà che erano illuminate dalla luce del giorno. Infatti, la luce faceva risaltare i difetti delle cose, mentre l’oscurità li sapeva ben occultare, celando pecche, manchevolezze e altri guasti non visibili nel buio.
    A Cantagallo non piaceva la notte, il buio in particolare. Nell’oscurità si annidavano i criminali: era un dato di fatto conosciuto da tutti, anche da chi non fosse un poliziotto come lui. Nel buio, i delinquenti si sentivano autorizzati a compiere furti e delitti, come se quella cappa oscura li avvolgesse, li proteggesse, nascondendoli alla vista. La notte era una specie di lasciapassare per coloro che del crimine ne avevano fatta una scelta di vita e l’oscurità diventava una sorta di maschera, dietro la quale si nascondevano i criminali per agire indisturbati. La sua repulsione nei confronti della notte non era una deformazione professionale, ma una vera e propria avversione naturale. Il calare della notte spesso induceva le persone a compiere dei crimini che difficilmente avrebbero commesso durante il giorno. Tale condizione era conosciuta come “stato crepuscolare” ed era per tutto simile al sonnambulismo, ma poteva mettere le persone nelle condizioni di uccidere. Quindi, per il commissario era indubbio che di notte tutto potesse accadere, omicidi compresi, anche se di recente, in paese, non ce ne erano stati. Cantagallo, però, non si faceva troppe illusioni e già immaginava che da un momento all’altro gli sarebbe piombato un omicidio fra capo e collo. Non era un banale fatalismo. La sua esperienza gli faceva supporre che prima o poi sarebbe capitato: era nel normale corso delle cose della vita. E quando sarebbe accaduto? Non si dette una risposta e, quasi a cercarla in quel buio dove probabilmente si nascondeva, continuò a tenere lo sguardo fisso verso l’oscurità.
    In quella serata, però, non era il solo a cercare una risposta nel buio.
    «Bice! Bice! Vieni qua, piccolina! Dove sei?».
    Una signora anziana, disperata, cercava nei vicoli del paese la sua piccina. L’età della donna e l’oscurità dei luoghi angusti mal si coniugavano con la certezza del ritrovamento.
    «Dove ti sei cacciata? Birbona, ti avevo detto di non allontanarti!».
    Era sempre così fra nipoti e nonni. I nonni davano un dito e i nipoti si prendevano il braccio. Ma non si poteva chiedere di più a delle piccole creature innocenti.
    «Brutta vigliacca che si va sempre a nascondere! Se ti prendo, ti faccio il pelo e il contropelo!».
    Ma l’anziana donna cercava una nipotina smarrita?
    Forse, probabilmente.
    Poi si rivolse all'amica che l’aveva accompagnata nella spedizione di recupero.
    «Ovvia, Leontina! Fai qualcosa! Non star lì con le mani in mano! Aiutami a ritrovare la piccolina!».
    L’altra signora, anziana pure lei e un po’ malferma sulle gambe, la seguiva alcuni passi indietro con una torcia accesa in mano ed era poco convinta nella riuscita della missione.
    «Oh, Primetta!» e scuoteva la torcia. «È inutile che ti agiti tanto. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima. È settembre, è caldo ed è sempre la stagione degli amori. Non te lo ricordi più che in questo periodo Bice scappa sempre per qualche giorno per andare a fare l’amore con quel gatto che ha una macchia nera sull’occhio?!».
    Era proprio una nipotina quella che stavano cercando?
    Sicuramente no.
    Non si trattava di una bambina che si era allontanata, ma di una gatta che era sfuggita di casa alla signora Primetta Brogioni, la gattaia del vicolo San Giorgio di Collitondi.
    Primetta tolse di mano la torcia all’amica, con uno strattone tale che rischiò di buttare in terra Leontina. Poi puntò la torcia e illuminò intorno. In basso, dietro un angolo scuro di una stradina, vide scodinzolare la coda nera della sua gatta. Si avvicinò e si abbassò per prenderla di sorpresa.
    «Ti ho presa, finalmente, birbona e girellona d’una gatta!».
    Mentre l’acchiappava sollevò gli occhi e lanciò un grido di terrore.
    «AAAHHH!!!».
    Leontina non resse all’urlo di terrore. Fu colpita da un malore e stramazzò a terra.
    Il corpo di un uomo, immobile, era disteso sulla strada a faccia in su. In terra, accanto al corpo, c’erano un cappello, un paio di occhiali neri e un bastone bianco da cieco ancora stretto nella mano destra. Un rivolo di sangue dietro la testa faceva capire che per lui non c’era più niente da fare.
    La Polizia fu avvertita subito e dopo un po’ tutti gli addetti ai lavori furono sul posto, anche gli uomini della Polizia Municipale con il loro comandante Cherubini.
    «Buonasera, Cantagallo» fece il comandante quando vide arrivare il commissario. «Un delitto orribile. Ma come si fa ad ammazzare un uomo cieco? Una rapina andata male?».
    «Buonasera, Cherubini» scuotendo il capo. «Proprio una brutta vicenda. Rapina? Forse».
    In quel mentre arrivò anche la vice, la dottoressa Turchi.
    «Che è successo?».
    «Hanno ucciso un uomo, un cieco. Forse a scopo di rapina, ma è troppo presto per dirlo».
    «Un cieco?».
    «Sì, un cieco. Anche stavolta ha scoperto tutto la Brogioni mentre cercava la sua gatta».
    «Ma è incredibile! Allora, è davvero la “signora Omicidi” di
Collitondi!».
    «Lasciamo perdere i gialli e stiamo coi piedi per terra. Stavolta la Brogioni non era sola. Con lei c’era un’amica, una certa Leontina Agnorelli. Ha avuto un lieve malore e poi si è rimessa in sesto con l’aiuto della Brogioni. Le due donne non hanno visto nulla e non possono esserci d’aiuto. Coincidenze a parte, aspettiamo quelli della Scientifica e il resoconto di Stroncapettini. A quelli della Municipale ho detto di tenere lontano i curiosi. Mi faccia il solito favore di avvertire i familiari della vittima e di far perimetrare l’area, come al solito».
    I colleghi di Cantagallo non tardarono ad arrivare.
    Quelli della Scientifica arrivarono poco dopo da Castronuovo. Stroncapettini, il medico legale, dette un saluto di sfuggita a Cantagallo e poi si mise all’opera sul cadavere dell’uomo.
    «Ciao, Angelo» disse scocciato il medico. «Mi raccomando. Finché non ho finito, non voglio tra i piedi Razzo e Bandino che pesticciano sempre intorno come degli avvoltoi. Quando ho finito vi faccio un fischio! Capito?».
    «Capito, Paolo» rispose asciutto Cantagallo che poi aggiunse. «Ma che ti girano i coglioni?».
    «Sì! E allora? Non mi possono girare i coglioni? Sabato notte, a Castronuovo fuori da una discoteca, un ubriaco ha spaccato la testa a un ragazzo per un apprezzamento pesante alla sua donna. Domenica mattina, una donna irriconoscibile è stata trovata morta da qualche giorno in un fosso lungo la strada fuori Castronuovo. Lunedì sera, una casalinga ha accoltellato il marito perché non le ha fatto vedere una fiction. Stasera, sono alla fine di una cena fra ex universitari e mi piomba fra capo e collo questo morto ammazzato e cieco, per giunta! E tu mi chiedi se mi girano i coglioni?».
    «In effetti» annuiva Cantagallo «una bella settimana piena».
    Stroncapettini sparì dietro l’angolo e dopo una ventina di minuti era di ritorno.
Si chinò per passare sotto il nastro bianco e rosso che delimitava l’area del delitto, si tolse i guanti in lattice. Quello era il segnale che aveva finito ed era pronto a riferire a Cantagallo quello che aveva visto.
    «C’è poco da dire. La vittima è un uomo cieco di statura media, capelli brizzolati e occhi castani, età poco più di settanta anni, ucciso per i numerosi colpi ricevuti sul corpo e per una botta riportata dietro la testa a causa dell’impatto violento contro il muro della strada. Il muro è sporco di sangue nel punto in cui c’è stato l’impatto con la testa. L’uomo è stato picchiato violentemente. Sono presenti degli ematomi in tutto il corpo dovuti probabilmente ai violenti colpi inferti dall’aggressore. I colpi sono stati portati anche con un corpo contundente, forse una spranga di ferro. Non escludo che l’aggressore abbia inferto dei calci alla vittima quando era già a terra. Da un esame sommario del corpo e delle mani della vittima si nota l’assenza di residui di qualsiasi tipo sotto le unghie. Niente in bocca. L’uomo è morto in seguito a una violenta aggressione. Per me, chi ha aggredito l’uomo voleva ucciderlo. Saprò essere più preciso dopo l’autopsia, come sempre».
    Il dottor Baglioni, con la parlantina degna di uno dei migliori avvocati del Foro castrese, aveva così refertato il cadavere dell’uomo ucciso.
    «Grazie, Paolo. Il tempo di fare i nostri rilievi e ti lascio rientrare».
    «Prego, Angelo» rispose più cordiale il medico. «Scusa per prima, ma a volte mi scappa la pazienza dalle mani».
    «Che ci vuoi fare, non hai più vent’anni e l’età c’è».
    «Che vuoi dire? Che sono rincoglionito?!».
    «Io?! E chi l’ha detto? L’hai detto tu!».
    «Lasciamo perdere, sennò mi comprometto. Allora, siccome non ho più vent’anni, sbrigati a fare quello che devi fare perché come tutti gli anziani ho l’abitudine di rientrare presto a casa».
    Quel delitto non si presentava semplice per il commissario Cantagallo: nessun testimone e niente arma del delitto. Le uniche informazioni conosciute riguardavano l’uomo ucciso, per il resto buio pesto. Bandino e Razzo avevano riferito tutto quello che avevano trovato addosso all'uomo ucciso nella perquisizione del corpo. La famiglia fu avvertita dalla vice di recarsi sul posto e il dolore dei familiari fu straziante. Nessuno di loro riusciva a capire perché fosse stato ucciso. "

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giovedì 16 febbraio 2017

Un assaggio del giallo "La mossa del barbiere": il primo capitolo tutto da bere


In questo appuntamento del giovedì cerco di battere l'articolo a proposito del 
giallo "LA MOSSA DEL BARBIERE", il giallo corto ambientato a Collitondi che è stato 
premiato col 2° PREMIO a GIALLO GARDA 2016 per la sezione e-book
il tutto nella splendida cornice del Lago di Garda in quel di Raffa di Puegnago del Garda nella Libreria BACCO CANTINA della gentile Laura Marsadri
Il libro, credo che a questo punto lo sappiano anche i muri, è stato
pubblicato da Cristian Cavinato della Cavinato Editore International
in formato e-book e in cartaceo. 

Vi auguro una buona lettura di questo primo capitolo e vi assicuro che anche i capitoli successivi sono all'altezza per garantirvi uno splendido cocktail di mistero, azione, deduzione, thriller con un pizzico di simpatia che non guasta mai. 

Perché il commissario Cantagallo sapeva benissimo che nel suo lavoro non bisognava prendersi troppo sul serio, per non ingigantire troppo le cose che già di per sé erano molto pesanti e ingombranti, ma che comunque non erano insormontabili. Al contrario di certi suoi colleghi che avrebbero voluto far credere di confrontarsi con indagini sensazionali e terribili per rendere maggiormente importante il loro ruolo, facendolo, come si suol dire, cascare dall'alto. Per Cantagallo occorreva sdrammatizzare certi fatti di loro natura già drammatici per le situazioni che si venivano a creare e per le condizioni che li avevano determinati. Non bisognava accrescere ancora di più la tragicità di certe circostanze per giustificare la presenza di un poliziotto. Un poliziotto era lì perché quello era il proprio lavoro e doveva farlo bene perché chi si rivolgeva a lui voleva risposte decise e non atteggiamenti di commiserazione per il tragico fatto avvenuto. A volte, per stemperare il clima pesante di certe indagini dei delitti, poteva capitare di staccare la spina, giusto il momento per parlare di calcio oppure per fare una semplice battuta. Infatti il commissario Cantagallo sapeva che durante una giornata pesante, non era una mancanza di rispetto affrontare un argomento leggero oppure farsi scappare una battuta spiritosa. Bisognava farlo per allegerirsi il fardello che si portavano sulle spallle tutti i santi giorni che entravano in commissariato, per riuscire a tirare avanti quel loro lavoro molto pesante che a volte era difficile da trasportare. Lo spazio per le battute simpatiche e gli argomenti leggeri era comunque utilizzabile anche in altri momenti della giornata nel commissariato, e quello che leggete in questo primo capitolo è proprio uno di quelli.     


" Capitolo uno






    Alla macchinetta del caffè, il commissario Cantagallo sorseggiava un “Blu”, un caffè speciale che da qualche tempo a quella parte si concedeva in ufficio nel dopo pranzo.
    Passata l’estate, il commissariato si era dotato di una macchina a cialde che era stata comprata dopo una democratica votazione dei colleghi. Quasi all’unanimità avevano scelto un gioiellino che faceva un caffè come quello del bar. Nella votazione Cantagallo si era astenuto, anche perché non era abituato a bere caffè durante la giornata e la cosa lo lasciava indifferente. Ma dopo aver assaggiato quello di “Carmençita”, così l’aveva soprannominata, si era dovuto ricredere. Da quel momento non poteva fare a meno di prendersi un espresso nel dopo pranzo, mentre ogni tanto si regalava un “Blu”, ovvero un caffè “Jamaica Blue Mountain”. Costava più degli altri in circolazione ma era il caffè più buono del mondo. Ricchissimo di aromi perché coltivato ad alta quota nella terra lavica delle montagne blu della Giamaica con oltre dieci mesi di maturazione, così glielo aveva descritto Baccio. Cantagallo lo beveva rigorosamente nella tazzina, ma di un tipo particolare. Era un bicchiere di porcellana bianca, dalla forma di un bicchierino da caffè di plastica accartocciato. Al commissariato si erano organizzati così: ognuno si portava la propria tazzina da casa per non bersi il caffè nei bicchierini di plastica, tanto pratici ma tanto inadatti a percepire in pieno l’aroma del caffè. E quando arrivava l’inverno, le cose peggioravano. Col freddo, il caffè si raffreddava subito spegnendo così tutto il suo profumo. Proprio come in quei giorni d’inizio ottobre, quando dell’aria nordica fuori stagione aveva deciso di insinuarsi fra le vie del paese.
    Cantagallo, mentre col cucchiaino era intento a recuperare dal fondo della tazzina lo zucchero cremoso impregnato di caffè, dette uno sguardo di sfuggita alla guardiola. Dentro, Baccio e Cappera, con la loro tazzina di caffè in mano, parlavano e guardavano il computer, dove c’era la simulazione di una partita a scacchi. Baccio, serio, indicava le tecniche per muovere i pezzi della scacchiera. Se avesse indossato una tunica arancione, con la sua corporatura grassoccia, il viso tondo e i pochi capelli in testa, si sarebbe potuto benissimo scambiare per un monaco tibetano in gita. Cappera, attenta, lo ascoltava in religioso silenzio come una diligente novizia dello Zen. Baccio era un campione della scacchiera. L’anno prima aveva vinto il campionato provinciale Interforze di scacchi delle Forze di Polizia portando a casa la coppa del primo premio e un bel prosciutto offerto dallo sponsor. Il trofeo, una riproduzione dorata un po’ pacchiana del re degli scacchi simile alla statuetta degli Oscar, risplendeva sulla sua scrivania e suscitava l’invidia del commissario, che ogni tanto si cimentava col collega avendo spesso la peggio.
    Ma quei due che stavano facendo?
    Cantagallo si avvicinò incuriosito.
    «Che fai, Baccio? Fai vedere a Cappera come mi stracci a scacchi?».
    «Ci mancherebbe altro, commissario. Due partite le vinco io e una la vince lei, niente “cappotti” per ora. Le ricordo che le devo la rivincita per quella che ha perso l’altro giorno».
    «Giusto. Ma ora, che fai?».
    «Approfittavo della pausa caffè per far vedere certe mosse particolari a Cappera che è alle prime armi. Ho lasciato la scacchiera a casa e così approfittavo del computer per vedere la simulazione di una partita».
    «Baccio è proprio in gamba, commissario» fece la novizia mentre sorseggiava il caffè. «Vorrei pagargli le lezioni di scacchi, ma non mi ha ancora detto quanto vuole».
    «Cappera, se proprio vuoi pagarmi» iniziò a dire Baccio «mi darai un centesimo per la prima casella della scacchiera, due per la seconda, quattro per la terza, otto per la quarta e così via raddoppiando i centesimi su ogni casella fino alla sessantaquattresima». 
    La poliziotta rise per quella richiesta che le sembrava ridicola.
    «Pensavo di più, con un bel po' di centesimi me la cavo. Accetto».
    Cantagallo sorrise e guardò Baccio che intanto rideva di gusto.
    Cappera non capiva.
    «Ma che avete tutti e due? Ho detto che pago e pagherò!».
    Il commissario spiegò il mistero.
    «Cappera, tu hai accettato ma Baccio ti ha fregato».
    «Perché?».
    «Perché, se fai bene i calcoli, i centesimi sono più di un bel po'».
    La novizia scuoteva il capo e non capiva. Cantagallo proseguì.  
    «Baccio ti ha risposto come rispose il monaco Sessa al re indù Ladava che gli chiedeva come poteva sdebitarsi con lui per avergli insegnato il gioco degli scacchi. Nella leggenda però il furbo monaco chiese chicchi di grano. Anche Ladava si mise a ridere a sentire la richiesta di Sessa. Il giorno dopo i matematici di corte riferirono al re che la cifra di chicchi di grano era superiore a 18 trilioni 446 biliardi 744 bilioni 73 miliardi eccetera eccetera e che non sarebbero bastati i raccolti di tutto il regno per ottocento anni. Così il monaco insegnò al re che una richiesta apparentemente modesta può nascondere un prezzo enorme».
    La novizia era rimasta di sasso anche perché non sapeva cosa fossero i trilioni e i bilioni. Tanto meno quanto valessero i biliardi, di cui a malapena conosceva il valore di quelli col panno verde.
    «Nella scacchiera, come nelle indagini, devi valutare molto bene come si muove l'avversario e devi fare bene tutti i calcoli prima di prendere la decisione giusta. Una decisione sbagliata ti può mettere di fronte a una situazione insormontabile o fare prendere una strada senza uscita nella quale puoi mettere in pericolo la tua vita e quella dei colleghi. E questi errori noi non li possiamo fare, ricordatelo sempre».
    «Comunque non avrei mai pensato che da una leggenda si sarebbe passati a parlare del nostro lavoro».
    «Parlando fra noi, può capitare di ragionare su certe cose che poi ci portano in un'altra direzione. Quindi ben venga un ragionamento sulla scacchiera se ci può aiutare a smascherare il colpevole di un delitto».
    Il commissario posò la tazzina e cercò di ritornare sui propri passi per sapere cosa stavano facendo. 
    «Allora, Baccio, che le spiegavi?».
    «Le spiegavo la mossa del barbiere. La regina e l’alfiere danno scacco matto al re sacrificando il pedone».
    «A proposito di sacrifici, non sacrifichiamo il lavoro per la scacchiera. Altrimenti a darci scacco matto ci pensa il Questore» e uscì dalla guardiola.
    Passò dalla vice per ricordarle che era sempre in attesa di ricevere alcuni rapporti che doveva firmare e poi si diresse verso il suo ufficio. La dottoressa Turchi lo seguì perché glieli aveva appoggiati sulla scrivania e forse si erano confusi con altri incartamenti. La vice si mise ad armeggiare con le scartoffie, stando bene attenta a non scomporre la sistemazione della scrivania, a cui il commissario teneva moltissimo.
    Cantagallo, nell’attesa, andò vicino alla finestra e guardò fuori.
    La piazzetta davanti al commissariato era spazzata da un forte vento freddo che faceva mulinare, a poca altezza dal suolo, le prime foglie autunnali cadute dagli alberi.
    In quel mentre un ragazzo e una ragazza passarono abbracciati, stretti nei loro giubbotti e incappucciati dalle felpe. Si dirigevano verso la via Maestra. Si misero a guardare le vetrine dei negozi. Lei osservava un piccolo braccialetto in oro e pietre colorate che costava poco.
    «Arianna?!» domandò il ragazzo, accortosi del suo interesse per il braccialetto. «Ma che ti sei imbambolata su quel coso?».
    «Io che cosa, Stefano?» chiese un po’ scocciata, perché non voleva ammettere il suo interesse per quel coso. «Dicevi di quel braccialetto lì?».
    «Io quel “braccialetto” non l’ho nemmeno nominato» e sorrideva.
    «No, figurati» disse lei, sbrigativa. «Pensavo ai libri e ai compiti che ho lasciato da mia nonna e che devo ancora finire. Prima devo passare da Costanza che abita nel palazzo accanto per prendere degli appunti. Accompagnami, così facciamo ancora un po’ di strada insieme». 
    Arianna, mora, sguardo intenso, non troppo alta, studentessa del secondo anno di ragioneria, passava i pomeriggi dalla nonna materna, la signora Piera Giubbolini, che faceva la sarta in casa. I genitori di Arianna lavoravano, rincasavano solo nel pomeriggio e affidavano la figlia alla nonna. La nipote e la nonna andavano molto d’accordo e la signora Piera ne era orgogliosa di questo. Era una donna piacevole, vecchio stampo e nonostante l’età portava benissimo i suoi anni. Era rimasta vedova da qualche anno e la nipote era l’unico raggio di sole di una vita ormai grigia. Arianna faceva i compiti sul tavolo del salotto mentre la nonna, allo stesso tavolo, tagliava e cuciva gonne e giacche per le clienti del paese. Libri, penne, quadernoni, stoffa, spilli e filo da imbastire erano sparsi un po’ dappertutto sul tavolo.
    Appena furono arrivati, i due ragazzi si salutarono.
    Arianna, dopo che aveva fatto quello che doveva fare, salì al piano. Entrò in casa e trovò sua nonna indaffarata nel salotto.
    «Santa pace!» esclamò spazientita la signora Piera. «Non ho più la testa di una volta. Dovevo comprare la fodera e me ne sono dimenticata» aggiunse, guardando l’orologio.
    «Non ti preoccupare, nonna. Vai pure, tanto devo finire i compiti. In casa non rimango da sola, c’è Franca».
    Franca era la domestica, una brava donna di poco più di quaranta anni, che aiutava la signora Piera a sistemare la casa un paio di pomeriggi la settimana.
    «Va bene, vado in paese e torno subito».
    La nonna prese la borsa, si mise il cappotto e aprì la porta di casa. Poi, mentre stava per uscire, si girò e si riaffacciò dentro casa, parlando verso la cucina.
    «Franca?!». 
    «Sì, signora. Sto mettendo i panni nella lavatrice. Arrivo subito».
    «No, stai lì. Esco per comprare della fodera in paese. Faccio alla svelta. Ci vediamo dopo» si chiuse la porta alle spalle e uscì.
    La signora Piera abitava in uno dei due palazzi comunicanti di sette piani di un condominio molto numeroso, che si trovava appena passato il passaggio a livello della ferrovia. Era a cinque minuti a piedi dal centro del paese e, se non si metteva di mezzo il treno che passava a quasi tutte le ore, avrebbe fatto alla svelta. Quella sera fu sfortunata. All’andata e al ritorno il passaggio a livello era chiuso e pure due sue amiche le fecero perdere tempo: Leontina Agnorelli e Primetta Brogioni. Erano a fare acquisti nel negozio di scampoli e, fra una chiacchiera e l’altra, la riaccompagnarono a casa. La signora Piera le fece salire con la scusa di vedere l’abito che cuciva per una sua cliente. Le tre donne presero l’ascensore e salirono fino al piano dell’appartamento.
    «Dovete proprio vederlo. È per la signora Marcella, quella che sta all’attico. Una donna di buon gusto e che sa scegliere tessuti e modelli». 
    Uscirono sul pianerottolo e la signora Piera vide che c’era qualcosa di strano. La sua porta di casa era aperta. Un uomo con un foglio in mano e una borsa a tracolla era fermo sulla soglia e metteva il capo dentro per vedere se ci fosse qualcuno.
    «C’è nessuno? Sono quello del gas. Sono qui per la lettura del contatore».
    La signora Piera ebbe come un presentimento. Affrettò il passo e spostò bruscamente l’uomo che tentennava sull’uscio.
    «Mi faccia passare, presto!» e spalancò la porta.
    Entrò in casa e si precipitò nel salotto.
    Arianna non era lì. Nella stanza c'era molta confusione, come se qualcuno avesse cercato qualcosa alla svelta.
    «ARIANNA! ARIANNA! ARIANNAAA!!!».
    La nonna era disperata, corse nel bagno ma non era neppure lì.
    La casa era avvolta da uno strano silenzio.
    E Franca? Come mai non c’era?
    Pensò un attimo e corse verso la cucina. Entrò e vide uno spettacolo orrendo. Lanciò un urlo.
    «FRANCAAA!!!».
    Il corpo della domestica giaceva sul pavimento in una pozza di sangue.
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